AlessandraBossi

La storia del mese

  •  Marco Brusati
  •  6 novembre 2016
  •  Storie

Alessandra

49 anni, architetto d’interni, Alessandra è anche una volontaria di Ams e, in un non lontano passato, è stata una paziente della Ematologia di Niguarda. La malattia è arrivata nella sua vita come un lampo a ciel sereno. Una autentica «pugnalata alla schiena», racconta, e non in senso metaforico. È passato del tempo prima di accettarla, ma quando l’ha fatto, Alessadra le ha dichiarato una guerra senza esclusione di colpi.
E l’ha vinta.

Milanese, studi al liceo artistico e poi al Politecnico, idee chiare sul voler diventare architetto sin da bambina, Alessandra inizia a lavorare giovanissima e nel ’96 entra nella società CMR di architettura e ingegneria. «Lì ho conosciuto il mio futuro marito, un ingegnere gestionale, e gente straordinaria che quando mi sono ammalata è stata capace di starmi vicina».
La malattia si può vincere ma i ricordi sembrano destinati a fissarsi in modo indelebile nei file più accessibili della nostra memoria. «Ricordo ogni giorno, ora, istante di quei diciotto mesi, racconta Alessandra.
Una mattina di primavera, era il 20 marzo 2001, mi preparo per andare in ufficio, esco dalla doccia e sento una pugnalata alla schiena, un dolore assurdo che si irradia al braccio sinistro. Non vado al pronto soccorso, stavo vivendo un momento di stress, la mamma doveva operarsi alla schiena, ero sovraccarica di lavoro. Chiamo un amico chirurgo. E lui dopo avermi visitata mi spedisce in ospedale a Bollate. Non sono più tornata a casa per diciotto mesi, un anno e mezzo di trincea».
Prima gli accertamenti, poi il trasferimento a Sondalo per una biopsia toracica. Dove un grande Pneumologo, Giorgio Besozzi, capisce con che nemico si deve combattere e da lì di corsa in ematologia a Niguarda. Il 2 aprile 2001.
«Nessuno aveva avuto il coraggio di dirmi cos’avevo in corpo, un linfoma non hodgkin aggressivo al mediastino, in fase avanzata. Avevo un pallone di 15 centimetri che si stava impadronendo del mio polmone sinistro. Forse volevamo proteggermi, e quando la dottoressa Morra mi ha parlato con chiarezza, la sola cosa che ho saputo chiedere è stata: perderò i capelli? Ero completamente rimbambita. I tumori? Un mondo parallelo per me, come se non mi dovessero riguardare, finché non è stata pronunciata la parola chemioterapia e mi si è aperto finalmente un file».
Entrare in reparto è come aprire una porta su una «realtà parallela, ricordo persone che giravano con la flebo, le mascherine, mi sono detta: ma io devo restare qua dentro?». Ma poi la razionalità spazza via le emozioni. «Ho iniziato a combattere, ho deciso di non dare tregua alla malattia. Certo, a distanza di quasi sedici anni, mi pesa non poter avere figli. È il prezzo da pagare per i tanti cicli di chemio, mi avevano avvisata. Ma poi penso alla fortuna di avere accanto Lele… Mi ha chiesto di sposarlo mentre mi portavano via in ambulanza. Ci abbiamo messo un po’ di tempo ma nel 2010 ci siamo sposati: cerimonia semplice, io e lui e i testimoni e poi, nel pomeriggio, io a fare la spesa e lui il tagliando dell’auto».
Sono dure le cure, una dietro l’altra, fino al trapianto autologo. Il 24 settembre 2001. «In quei mesi avevo visto il mio corpo cambiare, oggi sono la “custodia di me stessa”, un po’ più rotonda di un tempo. Dopo il ritorno a casa, per molto tempo guardavo stralunata i medici quando dicevamo che ero guarita. Non ci credevo».
Memorabile l’incontro con il dottor Cairoli. «Una notte, durante il ricovero, ho avuto una crisi, arriva il medico di turno, gli rovescio addosso tutto quello che ho dentro, rabbia, paura, ansia. Lui per tranquillizzarmi mi dice: vedrai che con il trapianto finisce il tuo calvario. Io chiamo a casa e dico ai miei: qui c’è un pazzo che parla di trapianto. Sapevo che era l’ultima spiaggia, volevo arrivarci ma al tempo stesso ero terrorizzata, perché se non fosse andato bene…».
Ed ecco il 20 agosto, il trasferimento nel centro trapianti. Dove si vive in totale isolamento per quasi un mese. «E chi mi ritrovo? Cairoli, il responsabile, cioè il medico che avevo strapazzato quella notte tremenda. Non ho più fiatato, l’ho seguito come un soldatino, da quell’istante guarire è diventata una missione».
Rinchiusa in quella stanza dove ti senti osservato, dove si vive isolati. «Ancora oggi non posso stare in una camera con la porta chiusa. Ma non smetto di ripetere che bisogna crederci, che questa ematologia è una eccellenza, hanno una marcia in più e anche un cuore, un grande cuore».

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