Dottor Rossetti, ci spiega cos’è la PET?

La PET (tomografia ad emissione di positroni) utilizza l’emissione di positroni per diagnosi funzionali, attraverso radio-traccianti. I traccianti identificano delle funzioni, in particolare il metabolismo di alcuni elementi, o substrati. Il principale utilizzato è il tracciante fluorodesossiglucosio: un radiofarmaco a base di desossigluocosio (un analogo del glucosio), “marcato” con fluoro 18 che emette positroni.

“Nel paziente che deve essere sottoposto a indagine tramite PET – spiega il dottor Claudio Rossetti, direttore del Dipartimento Tecnologie Avanzate Diagnostiche e Terapeutiche dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda – si inietta una minuscola quantità (lo standard è 1 millimetro) di sostanza tracciante, che seguirà le vie metaboliche del glucosio andando a localizzarsi nei substrati, consentendoci di individuare le alterazioni rispetto al normale consumo di glucosio”. L’esame si conclude in non oltre venti minuti. In sintesi, le cellule sono “golose” di zucchero e quelle tumorali ancora di più. Dove ci sono cellule malate, dunque, ci sarà una concentrazione di tracciante. “La PET si utilizza nella stadiazione della malattia, quando abbiamo un sospetto che ci siano lesioni potenzialmente maligne dopo la diagnosi di malattia. Nella nuova generazione di strumentazioni l’identificazione è facilitata dal fatto che si usano macchine ibride, che cioè accoppiano la PET alla TAC. Si può così definire la presenza dell’alterazione funzionale e anche localizzarla in modo anatomicamente preciso. Nel nostro ospedale questa procedura, per i pazienti ematologici, è condivisa con la radiologia, cioè viene fatta una doppia valutazione”.

a cura di AMS Onlus

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