Ematos 22 - Monica Andreoli

Monica

  •  Marco Brusati
  •  3 settembre 2013
  •  Storie

La malattia si combatte non si deve dimenticare. Monica Andreoli ha 51 anni e a ricordarle le ore, i giorni, i mesi di trincea è la piccola Cleo, una gattina trovatella dal mantello avorio con le sfumature ambrate. «È arrivata quando cominciavo a stare poco bene» racconta Monica, che oggi è una delle volontarie più attive di AMS.

«Vivo con il papà e due mici: il vecchio Zac che ha compiuto 17 anni e Cleo, che abbiamo trovata quattro anni fa. Fino a quel giorno non avevo mai avuto problemi di salute. Conoscevo gli ospedali ma non sulla mia pelle. Mi ero occupata della mamma malata e prima della nonna. Ed è stato scioccante, un “bel” giorno, andare in ospedale per un controllo e sentirsi dire “Lei non torna a casa, non in queste condizioni”. Mi sono spaventata tanto».

Monica è una donna con un sorriso aperto, energica, allegra. Lavora in una fotolitografia. «Stavo attraversando un periodo strano. Ero sempre stanca, appena mi sedevo mi addormentavo, ero tremendamente dimagrita ma confesso che mi piacevo, ero sempre stata in lotta con la bilancia e per la prima volta mi trovavo asciutta senza aver fatto una dieta. Oggi, riguardando le mie foto di allora, mi dico che non riuscivo a vedere la realtà … Credo di non essere mai stata totalmente consapevole di non stare bene, forse all’inizio nessuno riesce ad essere consapevole della gravità della sua malattia. Ho sempre avuto paura di ogni malattia, ma quando mi hanno detto cos’avevo non ho fatto alcun tentativo di capire veramente di cosa si trattasse».

La vita di Monica è intensa in quegli anni, come da sempre.

«Mi occupavo del papà, lavoravo tanto. Mi rendevo conto di essere molto stanca ma a differenza di un dolore che ti crea un minimo di apprensione e cerchi di risolvere, quel malessere generale diventa un compagno. A primavera dei miei 48 anni ho cominciato a deperire tanto che a Natale, il primo di tre trascorsi in ospedale, quando m’hanno ricoverata la bilancia segnava 51 chili».

La diagnosi di Monica è Linfoma Non Hodgkin.

«Tutto è cominciato con un esame del sangue, cadevo di continuo, ero anemica. Mi dissero che era un linfoma. Rimasi in ospedale tre giorni e mi sembrò di entrare nella serie TV “Dr House”.

Rientrata a casa, con l’aiuto di amici e pubblicazioni individuai una struttura di ematologia all’avanguardia nella ricerca medica. La mia attenzione si pose su un reparto dell’ospedale Niguarda al quale mandai immediatamente un fax all’attenzione della dottoressa Morra. Mi chiamò subito il dottor Zilioli per il ricovero. Era il 17 dicembre. Cominciarono chemio, esami, altra chemio, poi il consolidamento, ricordo un’estate di ricoveri in terapia intensiva. Poi un altro Natale in ospedale, per preparare l’autotrapianto di midollo.

Poi finalmente la buona notizia, il trapianto ha esito positivo e la malattia entra in fase di remissione. Oggi Monica dice di essere serena. «Prima di ammalarmi c’era stata una sequenza di eventi tristi nella mia vita, la morte della mamma, nel 2004, aveva 67 anni, e nello stesso momento la fine del mio matrimonio.

La malattia ha creato una cesura: oggi cerco di gioire di ogni istante della giornata, in questi anni in ospedale sono stata accolta in una nuova realtà, ho trovato chi s’è preso cura di me con professionalità e affetto, incontrato persone straordinarie, stretto nuove amicizie. Chi non è stato lì con noi non può capire come siano forti questi legami. Sono le “amicizie di corridoio”, preziose perché rubate alle lunghe ore di isolamento in stanza, profonde perché fatte di condivisione, di pianti, risate, paure e speranza. Non tutti purtroppo ce la fanno. E’ pesante pensare a questa cosa, ma fa parte della nuova vita, dove i valori sono cambiati».

Monica ha scelto di lavorare un po’ meno, fa il part time, cerca di coltivare i suoi sogni: ama cucinare: «la sera è la cosa che trovo in assoluto più rilassante» e «mi piacerebbe realizzare un catering domestico », ama anche giocare a burraco(lo ha imparato “in corridoio”) e stare all’aria aperta in mezzo alla gente. Ogni giorno quando torna a casa il primo pensiero è per i suoi due mici. «E’ stato terribile doverli lasciare per un anno. E sono stata fortunata che ad occuparsene è stata la mia vicina di casa, il mio angelo custode, che se ne è presa cura con amore. Sono dei can-gatti, sembrava avessero capito che in quei momenti non potevo avvicinarmi loro».

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