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Sia il gatto il tuo primo farmaco

La pet therapy è abbastanza documentata sul piano psicologico, un po’ meno su quello clinico. Certo, già dal 2001, con il famoso lavoro pubblicato su Hypertension, si era capito che possedere un animale (gatto, cane) è un fattore che riduce l’ipertensione da stress. Ma dal 2009, un lavoro pubblicato sul Journal of Vascular and Interventional Neurology ha dimostrato in modo inoppugnabile la capacità dei gatti (e solo dei gatti; niente cani) di ridurre in modo significativo la mortalità per infarto e per ictus (oltre che per altre patologie cardiovascolari) degli esseri umani con cui convivono.

Infatti, analizzando i dati di follow-up a 13.6 anni dello studio NHANES II, un protocollo epidemiologico di coorte e prospettico, condotto in tutti gli Stati Uniti per verificare l’impatto sulla salute di una serie di abitudini alimentari e comportamentali dei cittadini americani, i ricercatori del Kureshi Stroke Research Center dell’Università del Minnesota, a Minneapolis (Usa), hanno osservato che il rischio di morte per infarto nei possessori di gatti si riduce di circa il 40% rispetto a chi i gatti non li possiede; non solo: la riduzione del rischio di mortalità, non limitata al solo infarto, ma estesa anche all’ictus (rischio ridotto del 26%) ed a tutte le altre cause cardiovascolari, risulta tanto maggiore quanto più lungo è stato il periodo di convivenza uomo-gatto.

La cosa importante è che l’associazione tra l’avere un gatto e ridurre la mortalità per infarto, o per altri accidenti cardiovascolari, è stata dimostrata essere indipendenteGatto Rocco: in altre parole, non ci sono situazioni del tipo che chi possiede un gatto fuma di meno o ha il colesterolo più basso, o soffre in misura minore di diabete, od altro ancora. Le analisi statistiche dello studio sono state eseguite in modo da “aggiustare” (così si dice in termini statistici) per i possibili cofattori e confondenti, quindi non si può dire che, ad esempio, la riduzione della mortalità sia dovuta al fatto che possedere un gatto sia più probabile per chi vive in campagna, e quindi è sottoposto a minore stress, eccetera. No: tutti questi possibili fattori sono stati considerati e i risultati sono quindi “al netto” dei possibili effetti di contorno e dei possibili confondimenti, al punto che gli autori scrivono testualmente “Acqusition of cats as domestic pets may represent a novel strategy for reducing the risk of cardiovascular diseases in high-risk individuals.”. Cioè, possedere un gatto è considerato come una misura preventiva per ridurre la mortalità cardiovascolare, specie nei soggetti a rischio, ovvero, la convivenza con il gatto va considerata alla stregua di un farmaco. Non è così per il cane: gli autori hanno ripetuto le stesse analisi anche nei possessori di cani, senza però ottenere alcun risultato.

Ma perché succede? Come mai questo effetto preventivo lo esercitano i gatti, ma non i cani, né altri animali domestici? Si ritiene che in gran parte questo sia dovuto alle fusa: così come, ascoltando della musica per un certo tempo, il nostro cuore cerca di sincronizzarsi col tempo musicale (specie il 4/4), così si ritiene che le fusa dei gatti siano in grado di trasmettere delle “good vibrations“ agli umani, che inconsapevolmente, vivrebbero quelle sollecitazioni come un efficace e salutare massaggio ed esercizio per il cuore.

Tra l’altro, sembra strano, ma i meccanismi di produzione delle fusa non sono ancora del tutto chiariti, e sono oggetto di ipotesi anche contrastanti. Giusto per fare un esempio, Rocco, il mio gatto soriano (maschio rigorosamente non castrato, e incontrastato re dei cuori di tutte le gatte del vicinato), emette fusa in due modi: “di pancia”, ad una frequenza misurata tra 30 e 37 Hz, e “di gola”, alla frequenza misurata di 46-53 Hz. I due modi spesso si sovrappongono, anche se – in questo caso – ogni tanto le fusa “di pancia” vengono interrotte per qualche istante, come se esistesse un meccanismo di disaccoppiamento delle frequenze, che impedisce il possibile formarsi di battimenti o di onde stazionarie, che potrebbero bloccare la circolazione del sangue. Ovvio che Rocco non sia un campione rappresentativo di tutti i gatti, e che le frequenze “di pancia” dipendano fortemente dalla taglia del gatto (tanto più grande il gatto, tanto più basse le frequenze che possiamo aspettarci), però, le sue frequenze di emissione delle fusa sono quelle che sembrano meglio associarsi ai modi di vibrazione che favoriscono la mineralizzazione ossea. Quindi il mio gatto, oltre che ridurre significativamente il rischio di eventi cardiovascolari, potrà essere anche un utile preventivo contro l’osteoporosi?

 

di Michele Nichelatti

biostatistico

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